Il legame con Catanzaro, i gol direttamente dalla bandierina, la statua dedicatagli davanti al “Ceravolo” e i ricordi di una carriera diventata parte della storia giallorossa. Massimo Palanca si racconta in un’intervista a Roberto Faben per il quotidiano La Verità, pubblicata il 2 novembre. Al centro delle sue parole c’è soprattutto un rapporto con la città che il tempo non ha indebolito: “Il mio percorso a Catanzaro è stato non solo sportivo ma anche di rapporti umani. Ancora oggi ci vediamo con i primi giocatori, con le famiglie, vacanze e capodanni insieme”.
“Mi hanno dato la cittadinanza, le chiavi della città e una statua”
L’affetto dei tifosi ha accompagnato Palanca ben oltre gli anni trascorsi in campo. L’ex attaccante ricorda i riconoscimenti ricevuti e l’emozione dell’ultimo omaggio: “Mi hanno dato la cittadinanza onoraria, le chiavi della città, è stata tolta la maglia numero 11. Non la porta più nessuno. Adesso mi hanno dedicato anche una statua, all’ingresso dello stadio. L’abbiamo appena inaugurata, il 18 settembre 2026. Siamo stati io e mia moglie”.
Un legame che continua anche attraverso le partite e gli incontri con i sostenitori: “Certo, quando è stato dalle mie parti, a Cesena, Pescara, Terni, Ascoli io c’ero. Con Adriano Banelli, mio ex capitano, e un amico medico, ci andiamo. I tifosi mantengono un affetto straordinario per me. Persino a New York ho incontrato una famiglia che mi ha festeggiato. Ed è un amore reciproco”.
I gol da corner: “Se non ci si prova…”
Nell’intervista non possono mancare le reti direttamente da calcio d’angolo, il gesto che più di ogni altro ha contribuito a rendere riconoscibile il suo calcio. Palanca spiega che dietro quella specialità c’erano caratteristiche naturali, ma anche la volontà di cercare la porta: “Sempre avuta fin da ragazzino, quando avevo le gambe molto magre, questo modo di girare di interno collo. Anche le punizioni, ad esempio, oltre di potenza le tiravo non proprio a foglia morta come Corso, diciamo che era una foglia po’ più viva. Ma bisogna pensare anche al resto. Sono alto 1 e 70 e ho fatto anche diversi gol di testa”.
Sul motivo per cui oggi si vedano meno tentativi dalla bandierina, la sua spiegazione è semplice: “Adesso non ci prova quasi più nessuno. Avevo anche la fortuna che a Catanzaro tira sempre un po’ di vento e cercavo di sfruttarlo, anche nelle punizioni. Parto dal presupposto che bisogna tirare in porta. Avrò tirato milioni di calci d’angolo, la percentuale è bassissima. Ma se non ci si prova…”.
La tripletta alla Roma e il ritorno in giallorosso
Tra i ricordi più importanti c’è la vittoria per 3-1 contro la Roma all’Olimpico, il 14 marzo 1979. Una partita nella quale Palanca segnò tre volte, anche se il primo episodio venne inizialmente interpretato diversamente: “All’andata, a Catanzaro, vincemmo 1 a 0 e feci gol da calcio d’angolo. Francesco Rocca la toccò un po’ di testa. Per questo lo classificarono come autogol. All’Olimpico segnai da calcio d’angolo senza che la toccasse nessuno”.
Palanca ripercorre anche le stagioni del grande Catanzaro e il successivo ritorno: “Sì, con campionati a 16 squadre. Nell’80-’81 c’ero, nell’81-’82 sono andato al Napoli ma anche nell’81-’82 il Catanzaro ha fatto un bellissimo campionato. Poi passai in B al Como con Burgnich, spareggio per la A. Nell’86, a 33 anni, tornai al Catanzaro in C e vinsi la classifica dei cannonieri”.
“Volevo andare al Napoli, ma trovai difficoltà”
A proposito del trasferimento al Napoli, l’ex numero undici ricorda l’interesse di altri club e una scelta che non ebbe l’esito sperato: “Sì, dalla Roma di Dino Viola che voleva parlarci con il mio presidente e anche dal Milan. Decisi poi di andare al Napoli ma trovai difficoltà, volevano tutto e subito”.
Quanto alla Nazionale, Palanca non parla di un vero rimpianto. La concorrenza, sottolinea, era di altissimo livello: “Rammarichi non ne ho anche perché, a quei tempi, c’era gente come Paolo Rossi, Bettega, Pruzzo, Altobelli… Se fosse stato oggi magari potevo avere qualche speranza in più…”.
Il calcio di oggi: “Le partite le guardo senza audio”
Palanca segue ancora il calcio, ma non nasconde la distanza da alcuni aspetti del racconto televisivo: “La tv a pagamento non ce l’ho. Qualcuna la guardo. Ma ad audio spento. Con gli opinionisti a fianco dei telecronisti è da rabbrividire. La partita me la giudico da solo o con un amico. Pizzul, Martellini ti lasciavano fare le tue considerazioni”.
Un giudizio netto, al quale si affianca una riflessione sul calcio italiano e sulla necessità di ripartire dalla formazione: “Sta cercando di riformare dalla base il calcio italiano”, dice dell’amico Claudio Ranieri. E aggiunge: “Se posso dire, il calcio è malato in Italia anche per colpa dei giornalisti. Si passa dalle stelle alla carta con troppa facilità”.
Dalle imprese sul campo agli incontri con i tifosi, nelle sue parole resta soprattutto il senso di un’appartenenza che continua nella vita quotidiana. Come racconta parlando dei suoi ritorni in Calabria: “Sono appena stato alla festa del peperoncino a Catanzaro, ci andiamo sempre in vacanza al mare”.


